Mercato Kosher in Italia

Sono sempre più numerose le imprese italiane che, nel rispetto delle regole ebraiche, certificano i loro prodotti.  Secondo AL food & grocery – Il 78% dei 35.000 ebrei residenti in italia rispettano le regole della kasherut. Infatti sono sempre più numerose le aziende che hanno certificato parte della loro produzione per consentire alle persone di religione ebraica e non come molti vegetariani di alimentarsi secondo i dettami del loro culto: da Sagit, che con i suoi gelati Algida (ovvero quelli prodotti a Galvano, in provincia di Napoli) a Mulino Bianco e Pavesi (in produzione nello stabilimento di Novara), che offrono diverse specialità sia dolciarie sia da forno. Pure i prodotti tipici, come per esempio l’aceto balsamico di Modena Acetum di Mazzeti, che ne produce 120mila litri all’anno con ingredienti super visionati dal rabbino per i mercati esteri (80% Usa, 15% Israele, 5% Francia). Tra le ultime aziende che hanno ottenuto la certificazione Kasher vi è tutta la gamma di yogurt omogeneo di Sitia Yomo, come certificato dal Tribunale rabbinico di Milano, con validità fino al maggio 2004. Perché un prodotto sia certificato Kasher è necessario che soddisfi rigorosi standard di qualità e che tutte le fasi produttive siano conformi alle leggi del Kasheruth. Il rispetto di queste regole è verificato periodicamente da esperti sul luogo di produzione e la certificazione (che ha una scadenza e va periodicamente ripetuta) può essere revocata in qualsiasi momento. Articolo di Tiziana Aquilani, ripreso da AL food & grocery, mensile rivolto ai vari settori della produzione e della distribuzione. Viene distribuito in 54.000 copie sia alla grande distribuzione che ai piccoli negozianti.
Rabbino Riccardo“Creiamo un contenitore ad uso di tutti”. Con queste parole ha esordito Rav Riccardo Disegni, Rabbino capo di Roma, alla domanda posta da Jewish Life sulla necessità di maggiore trasparenza dei prodotti certificati kasher in Italia. In mancanza di un ufficio addetto al coordinamento che sia in grado di selezionare e di informare in modo adeguato delle novità di prodotti nuovi kasher in Italia o altro, bisogna lavorare con le forze che ci sono per ottimizzare i risultati. Racconta Rav Di Segni a JL che i mezzi a disposizione sono scarsi che male appena i masghichim (addetti al controllo della kasherut) della comunità di Roma riescono a svolgere i compiti di routine cioè il controllo delle macellerie, dei ristoranti, delle cene nuziali e cosi via, che riesce difficile poter parlare di attività supplementari come: certificazioni di prodotti freschi (formaggi, yogurt o latte) o secchi (biscotti, patatine od altri ancora) a marchio kasher. Anche se in molti paesi Europei, come in Francia, in Svizzera o in UK, esistono delle Autorità centrali, come Il Consistoire in Francia, che dispone di mezzi con tanto di ufficio il quale è in grado ogni anno di fare una selezione dei prodotti kasher sul territorio francese oltre ad essere il più importante certificatore di prodotti kasher in Francia, rispetto ai cugini di oltre alpe a noi mancano i mezzi di ogni tipo. Un autorità per essere tale deve avere: primo dei mezzi adeguati, secondo incentivare al consumo dei prodotti kasher attraverso varie forme di comunicazione non ultimo le scuole e terzo infine investire in questa direzione con un sicuro ritorno a vantaggio delle nostre famiglie. Se pensiamo ai soli prezzi pagati per famiglia per la spesa kasher durante l’anno sicuramente possiamo parlare di aumento da un 20 a un 50% che noi paghiamo rispetto a una famiglia tipo italiana.

Per questa ragione bisogna pensare a costruire in questa direzione: “ Creiamo un contenitore ad uso di tutti e con l’aiuto di tutti per il bene di tutti noi”. Perché non investire in un marchio italiano kasher come stimolo alle vendite per le aziende italiane all’estero e come beneficio della offerta di prodotti kasher in Italia? Questo sarà possibile solo dopo un censimento dei prodotti kasher sul territorio italiano. C’è il rischio che il Marchio nazionale kasher possa non essere capito da alcuni settori ortodossi in Italia. Invece potrebbe essere un successo per l’export delle aziende alimentari italiane in Usa, Israele ed in Europa e di conseguenza favorire la maggioranza di ebrei in Italia che aumenterebbero il consumo dei prodotti a certificazione kasher. Invogliamo la gente ad andare anche nei supermercati a cercare il prodotto certificato kasher e soprattutto richiederlo agli operatori della grande distribuzione entrando nei punti vendita e chiedendo semplicemente “avete dei prodotti kasher? Se si dove? Se no perché?” Dare il via, insomma, a un circuito che se stimolato può rispondere a queste esigenza di consumo a favore delle nostre famiglie per una spesa più comoda e forse anche più conveniente.